sesta sinistra | transetto
CAPPELLA DI
SAN BENEDETTO / LANDRIANI
Ciclo pittorico murale
Agostino de Mottis (doc. dal 1474 al 1483) – attribuzione critica
Angeli oranti
volta
Figure di Santi
lunette, parete sinistra
Elementi architettonici
pareti laterali
Volto di Cristo
chiave di volta
1477-1483 ca. – datazione critica
Decorazioni a sgraffito
Anonimo
Elementi geometrici
lunetta destra, pareti laterali
– datazione incerta
Peducci scolpiti
Bottega lombarda
Teste di cherubini, foglie d’acanto, scanalature
Parete di fondo
XV sec.
♦ Una cappella singolare
Collocata a sinistra del presbiterio, la cappella di San Benedetto occupa una posizione singolare nello spazio di San Pietro in Gessate: non una cappella laterale come le altre, ma una vera e propria abside minore, che introduce un’asimmetria architettonica nel transetto.
Questa peculiarità spaziale, unita alla complessità della sua storia e alle vicende conservative, contribuisce a definire la cappella come uno dei luoghi più enigmatici e raccolti della chiesa. A lungo occultata dalla presenza dell’organo seicentesco, si offre allo sguardo come uno spazio riemerso, carico di stratificazioni, in cui frammento, lacuna e persistenza concorrono a costruire un’esperienza di forte intensità.
♦ Committenza e dedicazione
La cappella fu commissionata dalla famiglia Landriani, una delle più influenti della Milano sforzesca. Secondo le fonti seicentesche, fu dedicata a San Benedetto e destinata a luogo di sepoltura dei membri della famiglia, qui tumulati a partire dal 1474.
La titolazione benedettina e l’impianto architettonico gotico della cappella hanno indotto la critica a collocarne la realizzazione nella fase successiva al passaggio del complesso all’Ordine benedettino (post 1447), mettendo in secondo piano le interpretazioni più antiche che la consideravano un residuo della precedente fase umiliata.
♦ Architettura e vicende storiche
La cappella presenta una pianta a cinque pareti concluse a sesto acuto, sopra le quali si imposta una volta a crociera costolonata, articolata in sei vele di diversa ampiezza.
Nel 1640, durante i lavori promossi dall’abate Giulio Radaelli, l’arcata di accesso venne murata per ospitare un grande organo: la cappella rimase così esclusa dalla percezione dello spazio liturgico per quasi tre secoli.
Solo dopo i bombardamenti del 1943, nell’ambito dei vasti interventi di ricostruzione della chiesa, si decise di demolire la parete e di rimuovere l’organo, restituendo alla vista questo ambiente a lungo sottratto allo sguardo. I lavori di ripristino si conclusero nel 1952 sotto la supervisione della Soprintendenza.
♦ La decorazione pittorica: frammenti e presenze
La decorazione ad affresco della cappella è oggi gravemente lacunosa. Le mutilazioni subite nel corso dei secoli – in particolare la realizzazione di un impiantito che divideva l’ambiente in due livelli e l’apertura di una finestra nella parete sinistra – hanno compromesso in modo irreversibile la lettura originaria del ciclo.
Restano visibili gli Angeli oranti affrescati nelle vele della volta, accompagnati da cornucopie ricolme di frutti negli angoli inferiori; una teoria di serafini e cherubini circonda la chiave di volta con la figura del Cristo. Sulle pareti si conservano pochi frammenti: figure di santi, architetture dipinte in prospettiva e tracce di decorazioni geometriche incise.
Quanto rimane suggerisce un impianto originariamente solenne e fortemente simbolico, oggi percepibile solo per lacerti.
♦ Attribuzione, datazione, iconografia: questioni aperte
L’attribuzione degli affreschi della cappella di San Benedetto è oggetto di un lungo e complesso dibattito critico.
La prima attribuzione critica è di SALMI (1929, pp.193-201) che riconosce negli affreschi della cappella di S. Benedetto la mano di Agostino de’ Mottis, sottolineando le affinità tra i tratti fisiognomici degli angeli della volta e le vetrate della Certosa di Pavia eseguite da Agostino accanto al padre Cristoforo; Salmi evidenzia la grandiosità monumentale delle figure, che ricorda Bramante e, per le architetture in prospettiva sulla parete sinistra, “intenzioni illusionistiche di spazio paragonabili a quelle della prossima cappella Grifi”. Lo studioso propone una datazione degli affreschi tra il 1477, data della venuta di Bramante in Lombardia, e il 1483, quando probabilmente furono eseguite dal de’ Mottis le vetrate del Duomo di Milano e della Certosa di Pavia.
Dello stesso avviso è MAZZINI (1965, pp. 459-460), che attribuisce al de’ Mottis e collaboratori anche gli affreschi della cappella della Vergine (seconda della navata sinistra), datandoli intorno al 1486.
La critica ha concordemente accettato l’attribuzione del ciclo ad Agostino de’ Mottis fino a quando BOSKOVITS (1998, pp.351-352, nota 25) ha avanzato l’ipotesi, non documentata, di attribuire a Gottardo Scotti (Piacenza o Milano, 1430 ca – Milano, 1485) gli affreschi della cappella di S. Benedetto, quelli della cappella della Vergine e la Pala Obiano (terza cappella della navata sinistra, tradizionalmente attribuita a Donato Montorfano);
L’attribuzione è ritenuta convincente anche da FACCHINETTI (2003, p.197, nota 6).
In un contributo più recente BOSKOVITS (2009, pp.361-362, nota 13) sottolinea le distanze degli affreschi della cappella di S. Benedetto dal mondo figurativo di Agostino de’ Mottis, pur ammettendo le differenze stilistiche fra i dipinti della cappella e le opere di Gottardo Scotti; lo studioso ha dunque aperto a nuove strade attributive evidenziando la necessità di compiere ricerche più approfondite.
La più recente posizione di VEGA (2023, nota 55, p. 109) considera come la “soluzione più convincente” quella proposta da Boskovits (1998 e 2009) che assegnava gli affreschi della cappella alla bottega di Gottardo Scotti.
♦ La cappella oggi
Oggi la cappella di San Benedetto conserva il carattere di uno spazio raccolto e intensamente vissuto, segnato dal tempo e dalla stratificazione delle pratiche devozionali. Gli ex voto che rivestono la parte inferiore dell’ambiente, attorno alla statua della Vergine, testimoniano una frequentazione continua e una devozione ancora attiva.
Più che offrire certezze, la cappella invita a una lettura attenta dei suoi segni residui: un luogo in cui assenza, frammento ed enigma diventano parte integrante dell’esperienza e della comprensione.
NOTIZIE STORICHE
♦ Data edificazione: post 1447; ca. 1470 – datazione critica
♦ Committenze: Famiglia Landriani
♦ Sepolture: Accursio Landriani (1474); Antonia Stampa (1479); Agostino Landriani (1477); Antonio Landriani (1499); Maddalena Stampa (1492) e altri membri della famiglia fino al 1583.
Nel pavimento: lapide tombale in pietra con incisione “SEPULCRUM MONACHORUM”.
ICONOGRAFIA
♦ Angeli oranti, Cherubini, Serafini, Santi, Volto di Cristo, Elementi architettonici, Prospettiva.
TUTELA E CONSERVAZIONE
♦ post 1640 – danni irreversibili ai dipinti murali derivati dalle gravi mutilazioni inflitte alle pareti a causa della costruzione di un impiantito funzionale alla presenza dell’organo; dell’apertura di una finestra nella parete sinistra e di una piccola porta nella parete destra.
♦ 1943 – danni del bombardamento
♦ Stato conservativo nel 1977 – cattivo
RICERCA STORICO-ARTISTICA
A cura del progetto L’Arte inVita
Contributi di:
♦ Rosanna Ferrari
♦ Laura Angelone
PRODUZIONE VIDEO
♦ Perimeter (2024)
ARCHIVI STORICI
♦ Archivio Parrocchiale S. Maria della Passione | S. Pietro in Gessate di Milano
♦ Archivio Civico Fotografico del Comune di Milano
♦ Archivio storico fotografico SABAP di Milano
♦ MIC – Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione
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