La Congregazione di Santa Giustina.
Il monastero benedettino e la stagione del rinnovamento
XIII-XV sec.
La Congregazione Benedettina di Santa Giustina e la rinascita del monastero
Il trasferimento del monastero dagli Umiliati ai Benedettini fu un processo lungo e complesso. Tra il 1433 e il 1437 si sviluppò un fitto scambio di lettere dai toni sempre più accesi tra Balzarino Medici, prevosto ormai in declino, ed Eugenio IV, che più volte intervenne per richiamarlo all’obbedienza. L’impasse si protrasse per oltre un decennio, finché l’elezione di Niccolò V segnò una svolta decisiva: con la Bolla del 14 febbraio 1447 il pontefice stabilì che gli Umiliati dovessero abbandonare il convento, consentendo il definitivo insediamento dei Benedettini della Congregazione di Santa Giustina[1].
“La chiesa costruita dagli Umiliati […..] doveva trovarsi in pessime condizioni quando il cenobio di S. Pietro in Gessate venne affidato ai Benedettini osservanti. Tuttavia il Capitolo generale della Congregazione di S. Giustina, nel 1436, esortò il priore affinché non pensasse a nuovi edifici ma solamente alle spese per il sostentamento dei monaci […] Chiara appare quindi la consapevolezza di un’ampia ricostruzione sia della chiesa come degli edifici conventuali, ma le difficoltà che i monaci incontrarono nei primi anni del loro insediamento, in particolare le resistenze opposte dagli Umiliati contrari ad abbandonare il monastero, li fecero desistere da questi progetti. Solo nel 1455, superate le controversie con gli Umiliati, si poté riprendere in esame il progetto di ricostruzione, ma ancora il Capitolo generale invitò a dare la precedenza alla ristrutturazione del dormitorio, soprassedendo invece alla costruzione di altri edifici (« postpositis aliis fabricis ») tra i quali, probabilmente, anche la chiesa”[2].
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[1] Eugenio IV arriverà̀ a minacciarlo di scomunica. Le missive papali sono tutte riportate in D. T. Leccisotti, Le colonie cassinesi in Capitanata, Montecassino 1938, pp. 74-79.
[2] A. Frattini, Documenti per la committenza nella chiesa di S. Pietro in Gessate, in “Arte Lombarda”, vol. 65, 1983, p. 27, nota 1
Dal 1455 il monastero conobbe una stagione di particolare prosperità, inaugurando una serie di interventi che ne modificarono profondamente l’aspetto. Anche grazie all’attenzione della corte ducale – prima con Filippo Maria, poi con Francesco Sforza – i lavori poterono procedere con continuità: tra il 1456 e il 1458 furono così realizzate le nuove celle del dormitorio e i chiostri, primo nucleo del grande cantiere rinascimentale.
La scelta di iniziare proprio dagli spazi più interni e riservati del complesso non fu casuale. Essa riflette la nuova sensibilità spirituale introdotta da Ludovico Barbo [1], la cui riforma segnò profondamente la vita religiosa della Congregazione di Santa Giustina. Alle pratiche tradizionali si affiancò infatti una rinnovata attenzione alla meditazione personale, alla preghiera silenziosa e alla disciplina interiore: aspetti che, insieme alla liturgia comunitaria, scandivano l’intera giornata monastica e trovavano nei luoghi del dormitorio e del chiostro il loro naturale epicentro[2].
“Contributi presentati al recente convegno dedicato a Ludovico Barbo, in particolare quello di Jean Leclerq, hanno evidenziato l’importanza del ruolo che, nell’esercizio della preghiera, il fondatore della Congregazione attribuì all’immaginazione e, di conseguenza, alle rappresentazioni figurative, che tale immaginazione dovevano eccitare. Punto centrale della sua visione spirituale era infatti l’elemento devozionale, esplicato nella pratica dell’orazione mentale, cardine della vita monastica per tutta la Congregazione. Il Barbo stesso, nella sua operetta Forma orationis et meditationis, delineava i caratteri dell’orazione mentale, distinguendola in tre gradi: per il primo veniva suggerita un’invocazione a Gesù, Maria e dodici santi protettori; il secondo grado richiedeva la meditazione, giorno per giorno, di fatti della vita di Cristo, invitando il monaco a rappresentare nella sua mente gli avvenimenti, per potere in essi immedesimarsi; la terza forma, la più perfetta, era la contemplazione e non vi erano parole per poterla spiegare[3]”.
Il coinvolgente brano di A. Frattini ci permette già di intuire l’atmosfera che si stava delineando in San Pietro in Gessate. La freschezza spirituale portata dalla riforma e la nuova vitalità del monastero divennero presto un polo di attrazione per persone di ogni ceto sociale.
Gli esponenti più autorevoli della città – protagonisti della vita politica e culturale del tempo – non furono gli unici a frequentarlo: anche la gente comune era probabilmente richiamata da un ambiente che offriva pace, sostegno e una dimensione di raccoglimento personale.
Con il tempo, poi, la comparsa delle straordinarie opere d’arte, rese possibili grazie al contributo di nobili famiglie e figure di spicco della Milano sforzesca, accrebbe ulteriormente il prestigio del luogo, trasformandolo in uno spazio in cui spiritualità e bellezza dialogavano in modo sempre più armonico.
Ma torniamo ai primi interventi, resi indispensabili dalle condizioni della chiesa e dalle indicazioni del Capitolo generale, che invitavano a provvedere innanzitutto alle necessità primarie della comunità: le celle dei monaci.[4]
Le nuove direttive architettoniche della Congregazione – che introducevano il passaggio dai dormitori collettivi alle celle individuali – segnarono una svolta decisiva nella storia delle abbazie benedettine. Questa trasformazione rispondeva pienamente all’esigenza di solitudine, raccoglimento e interiorità già ricordata in precedenza, come ben sottolinea G. Guidarelli:
“[…] fin dai primi anni della sua vicenda, la Congregazione “De unitate” è stata caratterizzata da una riflessione sul senso della vita e della spiritualità̀ monastica e, in particolare, sul rapporto tra preghiera comunitaria nel coro e meditazione personale. A proposito della orazione permanente, è lo stesso Barbo a indicare ai suoi monaci una modalità “progressiva” di preghiera individuale nel trattato Modus meditandi et orandi.
Su questo stesso aspetto si gioca un profondo ripensamento dello spazio monastico, secondo un processo che nel corso dei decenni porterà alla formazione di un nuovo modello architettonico di monastero, che si basa sulla introduzione sistematica della cella monastica al posto del dormitorio comune.
Nella visione di Ludovico Barbo la cella costituisce il luogo eletto alla meditazione, allo studio e alla preghiera personale del monaco, come ribadito nel Declaratorium regulae benedictinae che indica la necessità di dividere il dormitorio in celle singole «affinché i fratelli possano esercitarsi nelle preghiere e negli altri esercizi spirituali»[5].
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[1] Ludovico Barbo (circa 1381-1443) fu un nobile veneziano, abate e vescovo, noto come il fondatore e promotore della riforma monastica della Congregazione di Santa Giustina a Padova.
[2] G. Guidarelli, La formazione di una cultura architettonica comune della congregazione di santa Giustina nel xv secolo: cantieri, normativa e soluzioni spaziali, in Dalla riforma di S. Giustina alla Congregazione Cassinese. Genesi, evoluzione e irradiazione di un modello monastico europeo (sec. XV-XVI), Atti del Convegno internazionale di studi per il VI centenario di fondazione della Congregazione “De unitate” (Padova, Abbazia di Santa Giustina, 18 – 21 settembre 2019), a cura di E. Furlan, F.G.B. Trolese, Cesena 2022, p. 703.
[3] A. Frattini, La Congregazione di S. Giustina in S. Pietro in Gessate di Milano: la cappella di S. Antonio abate, in “Arte Lombarda”, 1986, 1-2 (n. 76/77), p.69.
[4] Frattini, op. cit. 1983, p. 27, nota 1.
[5] Guidarelli, op. cit. 2022, pp. 703-704.
Questa significativa relazione tra le esigenze spirituali dei monaci e lo spazio fisico destinato ad accoglierli, introduce un tema complesso: gli interventi di rinnovamento che il cenobio benedettino dovette affrontare non appena superato il travagliato periodo segnato dalla controversia con gli Umiliati per il possesso del monastero.
La chiesa, verosimilmente riedificata dai monaci benedettini tra il 1460 e il 1490, sembra mantenere una continuità strutturale con l’edificio precedente; del resto, anche tale scelta appare coerente con le direttive della Congregazione[1].
Risulta evidente (rispetto per esempio alla disposizione della vicina chiesa di Santa Maria della Passione) l’insolito orientamento nord-sud dell’edificio, forse condizionato dalla permanenza di nuclei murari più antichi preesistenti, già integrati nella trama urbana dell’area, si pensi all’antica strada san Pietro in Gessate, collegata al toponimo della domus umiliata, o al naviglio lungo la via principale di fronte alla chiesa, dal quale attingere acqua, risorsa necessaria per la lavorazione della lana (cfr. periodo precedente⇒)
Questa ipotesi è supportata anche dalla presenza della piccola abside laterale della Cappella di San Benedetto (frequente nelle chiese romaniche ma presente solo a sinistra), che provoca un’asimmetria in pianta. Infatti a destra si trova l’accesso all’ala che conduce alla sagrestia e alla residenza, probabilmente un tempo anche al monastero.
Non si trovano informazioni precise sulla data di edificazione di questa cappella. Sappiamo dalle fonti che era stata commissionata dall’antica famiglia Landriani, probabilmente legata all’ordine degli Umiliati, anche se non sono documentati contatti diretti in quegli anni, soltanto successivamente, con Gerolamo (1459), prevosto dell’abbazia di Viboldone (come il fratello Ludovico), e dal 1469 al 1485 maestro generale dell’Ordine degli Umiliati[2].
La nuova chiesa voluta dai Benedettini, tradizionalmente attribuita a Guiniforte Solari, trova sostegno nell’azione delle famiglie più importanti della città. In particolare, le cappelle cominciarono a fiorire con la realizzazione di splendide decorazioni, “impreziosite con ogni cura da importanti personaggi, gran parte dei quali legati all’ambiente ducale che in esse avevano fissato la loro sepoltura”[3] .
Nel sesto decennio del Quattrocento i fratelli Azareto e Pigello Portinari, membri della famiglia fiorentina titolare del Banco mediceo a Milano, finanziarono la costruzione della Cappella Maggiore, di un nuovo Coro, della Sacrestia, degli armadi e del Capitolo.
Di questa prima impresa non è rimasto quasi nulla, a eccezione dello stemma Portinari in pietra arenaria, oggi murato nella parete esterna dell’abside, e di alcuni peducci scolpiti con figure di apostoli, profeti e motivi vegetali alla base delle volte della sacrestia. Sicuramente le dimensioni della cappella erano inferiori rispetto a quelle attuali. In un disegno planimetrico conservato nel quinto volume della raccolta Bianconi presso l’Archivio Storico Civico di Milano, l’ambiente, di forma rettangolare, presenta lungo le pareti laterali due piccole sporgenze, poste subito dopo l’altare, che verosimilmente indicano una semplice divisione del presbiterio dal coro[4].
Quest’ultimo non dovette mantenere per molto tempo tale collocazione, e fu nuovamente spostato, probabilmente in seguito all’aumento del numero dei monaci, nella navata centrale. Il 29 ottobre 1500, infatti, il consigliere ducale Francesco Visconti, nominando il monastero suo erede universale, impose come clausola testamentaria l’investimento di 2000 ducati per l’ampliamento e il trasferimento del coro nell’abside[5].
Già nei primi anni Settanta due documenti dimostrano l’avanzamento dei lavori strutturali che si avvicinavano alla conclusione: la ricevuta di vendita da parte della Fabbrica del Duomo, di vetri colorati per la realizzazione delle vetrate[6] e “una bolla papale del 4 febbraio 1476 che mostra terminata la chiesa e la cappella di S. Agostino, la prima a sinistra entrando, anche se bisognose di ‘ornamentis ecclesiasticis’” [7].
La comunità monastica si espandeva e San Pietro in Gessate, in un clima felicemente rinascimentale, emerse rapidamente come uno dei centri più rilevanti nella Milano degli Sforza.
Nel 1493, su istanza del duca Giovan Galeazzo Maria Sforza[8], Papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, eleva la chiesa di San Pietro in Gessate al titolo di Abbazia[9].
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[1] “Questo fenomeno di rinnovamento architettonico avviene a cavallo della metà del XV secolo, a partire proprio dal cuore della Congregazione giustinianea, in occasione della quasi contemporanea apertura di alcuni cantieri di monasteri in Italia settentrionale: principalmente Santa Giustina a Padova, San Giorgio Maggiore a Venezia, Praglia e San Benedetto Po. In tutti questi casi, si tratta di ricostruire monasteri preesistenti che, una volta entrati nella Congregazione, conoscono un veloce ripopolamento, con decine di nuove professioni all’anno.”, ivi, p. 705.
[2] https://www.treccani.it/enciclopedia/gerolamo-landriani_(Dizionario-Biografico)/
[3] Frattini, op. cit. 1983, p. 27.
[4] P. Mezzanotte, G.C. Bascapè, Milano nell’arte e nella storia, Milano 1948, p. 1051; Frattini, op. cit. 1983, p.36; B. Gorni, San Pietro in Gessate, in Le chiese di Milano, a cura di M. T. Fiorio, Milano 1985, p. 219..
[5] V. Aldrighi, La chiesa di San Pietro in Gessate a Milano, tesi di laurea Università degli Studi di Milano, 1935-1936, pp.56-57; F. Bossi, A. Brambilla, La chiesa di San Pietro in Gessate, Milano, 1954, p. 3; Frattini, op. cit. 1983, pp. 36-37; M.G. Balzarini, T. Monaco, Lombardia rinascimentale, Milano 2007, p. 239 | Esplora le ricerche in corso dedicate alla Cappella Maggiore a cura di E. Dester >
[6] U. Monneret de Villard, Le vetrate del Duomo di Milano, Milano 1917, pp. 117-119.
[7] Ivi, nota 1.
[8] S. Latuada, Descrizione di Milano ornata con molti disegni in rame delle fabbriche più cospicue, che si trovano in questa metropoli, Milano 1737, I, p. 244.
[9] Per la Bolla papale si veda Puccinelli, op. cit. 1655, pp. 164-166.
XV- XVI sec.
La Congregazione di Santa Giustina. Il monastero benedettino e la stagione del rinnovamento”
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
S. Latuada, Descrizione di Milano, Milano 1737
U. Monneret de Villard, Le vetrate del Duomo di Milano, Milano 1917
V. Aldrighi, La chiesa di San Pietro in Gessate a Milano, tesi di laurea Università degli Studi di Milano, 1935-1936
D. T. Leccisotti, Le colonie cassinesi in Capitanata, Montecassino 1938
P. Mezzanotte, G.C. Bascapè, Milano nell’arte e nella storia, Milano 1948
F. Bossi, A. Brambilla, La chiesa di San Pietro in Gessate, Milano 1954
A. Frattini, Documenti per la committenza nella chiesa di S. Pietro in Gessate, in “Arte Lombarda”, vol. 65, 1983
B. Gorni, San Pietro in Gessate, in Le chiese di Milano, a cura di M. T. Fiorio, Milano 1985.
A. Frattini, La Congregazione di S. Giustina in S. Pietro in Gessate di Milano: la cappella di S.Antonio abate, in “Arte Lombarda”, 1986, 1-2 (n. 76/77)
M.G. Balzarini, T. Monaco, Lombardia rinascimentale, Milano 2007
G. Guidarelli, La formazione di una cultura architettonica comune della congregazione di santa Giustina nel XV secolo: cantieri, normativa e soluzioni spaziali, in Dalla riforma di S. Giustina alla Congregazione Cassinese. Genesi, evoluzione e irradiazione di un modello monastico europeo (sec. XV-XVI), Atti del Convegno internazionale di studi per il VI centenario di fondazione della Congregazione “De unitate” (Padova, Abbazia di Santa Giustina, 18 – 21 settembre 2019), a cura di E. Furlan, F.G.B. Trolese, Cesena 2022.
XV- XVI sec.
La Congregazione di Santa Giustina. Il monastero benedettino e la stagione del rinnovamento”
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
S. Latuada, Descrizione di Milano, Milano 1737
U. Monneret de Villard, Le vetrate del Duomo di Milano, Milano 1917
V. Aldrighi, La chiesa di San Pietro in Gessate a Milano, tesi di laurea Università degli Studi di Milano, 1935-1936
D. T. Leccisotti, Le colonie cassinesi in Capitanata, Montecassino 1938
P. Mezzanotte, G.C. Bascapè, Milano nell’arte e nella storia, Milano 1948
F. Bossi, A. Brambilla, La chiesa di San Pietro in Gessate, Milano 1954
A. Frattini, Documenti per la committenza nella chiesa di S. Pietro in Gessate, in “Arte Lombarda”, vol. 65, 1983
A. Frattini, La Congregazione di S. Giustina in S. Pietro in Gessate di Milano: la cappella di S.Antonio abate, in “Arte Lombarda”, 1986, 1-2 (n. 76/77)
M.G. Balzarini, T. Monaco, Lombardia rinascimentale, Milano 2007
G. Guidarelli, La formazione di una cultura architettonica comune della congregazione di santa Giustina nel XV secolo: cantieri, normativa e soluzioni spaziali, in Dalla riforma di S. Giustina alla Congregazione Cassinese. Genesi, evoluzione e irradiazione di un modello monastico europeo (sec. XV-XVI), Atti del Convegno internazionale di studi per il VI centenario di fondazione della Congregazione “De unitate” (Padova, Abbazia di Santa Giustina, 18 – 21 settembre 2019), a cura di E. Furlan, F.G.B. Trolese, Cesena 2022.
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