La chiesa di San Pietro e Paolo “in Glaxiate”,
Domus degli Umiliati
XIII-XV sec.
La Domus San Pietro e Paolo “in Glaxiate”
e la parabola storica degli Umiliati
Risale al XIII secolo il complesso dotato di chiesa e monastero SS. Pietro e Paolo “in Glaxiate” degli Umiliati, ordine fiorente e molto diffuso in quel periodo in Lombardia, come si ricava dalle principali fonti storiche del periodo: il Liber Notitiae Sanctorum Mediolani di Goffredo da Bussero[1], e il De Magnalibus Mediolani, splendido affresco della città di Milano di Bonvesin de la Riva, appartenente egli stesso al “Terzo Ordine degli Umiliati”[2].
Non è possibile immaginare che aspetto avessero la chiesa e il monastero di San Pietro in Gessate che conosciamo, nei 200 anni circa in cui furono domus degli Umiliati, in quanto vennero poi completamente ricostruiti nella seconda metà del 1400. La stessa data di fondazione della domus lì ubicata non è nota, il documento più antico che attesta l’esistenza di una “domus Humiliatorum qui dicuntur de Glaxiate” è del 1256 ma si riferisce alla chiesa di San Siro alla Vepra (che allora si trovava nei pressi di un antico corso d’acqua) e che vede come protagonisti di un accordo, relativo all’affitto di un mulino, l’abate di Sant’Ambrogio Guglielmo Cotta e Guglielmo Cagusa, prelato della domus [3].
Circa trent’anni dopo, nel già citato Liber Notitiae Sanctorum Mediolani, prezioso codice tardo duecentesco nel quale sono indicati tutti gli edifici sacri e gli altari dedicati ai santi presenti nel territorio di Milano, compare invece una “ecclesia Sancti Petri domus de Glaxiate”, che si pone come la prima effettiva testimonianza del nostro monastero.
Sono diverse le ipotesi, dalla possibilità che il nome “Glaxiate” fosse riferito al luogo di provenienza della comunità, a quella che, invece, si trattasse del nome della famiglia che avrebbe fondato il monastero.
Secondo la guidistica Milanese Sei-Settecentesca, la domus prenderebbe la denominazione “in Gessate” dal cognome della famiglia fondatrice del cenobio milanese[4]. È probabile inoltre che tra Milano e dintorni, ci fossero più̀ domus denominate “de glaxiate” come già attestato dal quel primo documento del 1256[5].
Dal Chronicon Insignis Abbatiae SS. Petri et Pauli de Glaxiate Mediolani, redatto nel XVII secolo dall’abate Placido Puccinelli, importante miniera di informazioni per il nostro monastero, ci viene infine l’indicazione che, nel 1288, in occasione del Capitolo Generale dell’Ordine degli Umiliati, vennero stimati tutti i possessi e gli edifici dell’Ordine, tra cui proprio la “Domus de Glaxiate Mediolani”.
Da tutte queste testimonianze si può quindi ipotizzare che il complesso sia stato fondato dagli Umiliati intorno alla seconda metà del XIII secolo appena fuori Porta Tosa e che, forse, si avvaleva di un fossato interno collegato direttamente al grande sistema della cerchia dei navigli, a quel tempo importantissima via di comunicazione e di commercio[6].
Spesso gli Umiliati s’insediavano in prossimità dei corsi d’acqua, risorse fondamentali per la loro principale attività: la lavorazione della lana. La produzione e commercializzazione della lana, molto avanzata, oltre a garantire un’autonomia economica all’ordine, ne permise una rapida crescita e diffusione. Probabilmente, la natura stessa dell’attività, che inevitabilmente richiedeva un’impegnativa gestione economica del lavoro e degli affari, contribuì a trasformare la vita degli Umiliati e influì molto sulla storia dell’ordine.
Dal punto di vista geografico, le domus si concentrarono solo nel nord e centro Italia, come risulta dalle fonti, e in particolare da un catalogo del 1298 pubblicato nell’approfondito testo monografico del 1997 dal titolo Sulle tracce degli Umiliati [7].
In questa mappatura dell’ubicazione delle domus nel momento di maggiore fioritura dell’ordine, si inserisce anche il problema dell’identificazione delle case, in quanto spesso i nomi non coincidono con i luoghi in cui si trovavano a causa dei frequenti trasferimenti delle comunità, anche in seguito all’urbanizzazione.
La domus “de Glaxiate” di Milano pare proprio uno di questi casi irrisolti.
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[1] G. da Bussero in Liber Notitiae Sanctorum Mediolani, a cura di M. Magistretti, Milano 1917, coll 263 D e 295.
[2] “(…) una confraternita laica attivissima in Lombardia, soprattutto nel campo ospedaliero e assistenziale”, in Bonvesin de la Riva, Le Meraviglie di Milano, a cura di P. Chiesa, Borgaro Torinese 2011, p. XIV.
[3] “Guglielmo Cotta, abate del monastero di S. Ambrogio, dà in affitto a frate Guglielmo Cagusa, ministro e prelato ‘domus Humiliatorum’, qui dicuntur de Glaxiate, sed modo habitant ad sanctum ‘Syrum ad Vepram’ un molino posto sulla Vepra ed un posto ‘intus Moxetam et ipsum flumen Vepre’, per dieci anni, per moggia diciotto di mistura, segale e miglio, moggia due di frumento, staia due di miglio, quattro capponi, quattro pollastre e venti soldi annualmente”, Milano, Archivio di Stato, F. R., Perg. S. Ambrogio, n. III., 1256 luglio 24, in L. Zanoni, Gli Umiliati nei loro rapporti con l’eresia l’industria della lana ed i Comuni nei secoli XII e XIII sulla scorta di documenti inediti, Milano 1911, p. 326.
[4] C. Torre, Il ritratto di Milano, Milano 1674, p. 318; S. Latuada, Descrizione di Milano, Milano 1737, pp. 241-242; C. Bianconi, Nuova guida di Milano per gli amanti delle belle arti, Milano 1787, pp. 87-88.
[5] Vedi nota 3 e Tiraboschi, Vetera Humiliatorum monumenta annotationibus, Milano 1766, p. 391.
[6] E. Cattaneo, Una presenza benedettina in Milano, 1990, p. 61. L’ipotesi che riguarda l’esistenza di un fossato collegato al naviglio, anche se, come si nota dalle mappe, si trovava dalla parte opposta della strada, è coerente con l’esigenza di alimentare i filatoi utilizzati per la lavorazione della lana.
[7] Sulle tracce degli umiliati, a cura di M. P. Alberzoni, A. Ambrosioni, A. Lucioni, Milano 1997, nota 121. Per quanto riguarda nello specifico la domus de Glaxiate nella nota si rinvia al precedente studio di M. P. Alberzoni in La Lombardia dei Comuni, Milano 1988.
La vita religiosa degli Umiliati nel XIII secolo è raccontata, e splendidamente illustrata, nei preziosi codici e manoscritti Ambrosiani, grazie anche allo studio e all’accurato lavoro dell’erudito milanese Giovanni Pietro Puricelli (Gallarate 1589 –1659), il quale si dedicò all’analisi critica dei materiali disponibili, offrendo una delle prime ricostruzioni storiche complete della presenza, delle regole e della diffusione degli Umiliati nella regione[1].
Nonostante la scarsità di testimonianze relative alle attività quotidiane della domus “de Glaxiate”, il corpus documentale conservato permette comunque di delineare un quadro attendibile della vita comunitaria. Le giornate alternavano la preghiera — attestata dai testi liturgici come i Breviari — al duro lavoro per la produzione e il commercio della lana, insieme ad altre mansioni legate alla vita comunale, economica e civica, del tempo.
Gli Umiliati si caratterizzavano come una collettività eterogenea, priva di figure carismatiche o santi fondatori: uomini e donne, laici e religiosi, vivevano insieme in castità, praticando una forma di vita evangelica improntata a semplicità, lavoro e carità.
Una descrizione particolarmente vivida degli Umiliati ci è offerta da Giacomo da Vitry, che nel 1216, durante il suo soggiorno a Milano, tracciò un profilo dettagliato di questo movimento religioso:
“Sono uomini e donne – scrive – che, dopo aver abbandonato tutto per amore di Cristo, si raccolgono nelle loro case, vivono del lavoro delle proprie mani, odono spesso la parola del Signore e la predicano essi stessi, perfetti nella loro fede, efficaci nelle loro opere. Questa congregazione religiosa è tanto cresciuta, che nel solo Vescovado di Milano hanno fondato 150 case di uomini e donne, separati gli uni dalle altre, senza contare quelli che sono rimasti presso le loro famiglie” [2].
Sul rapporto degli Umiliati con la vita economico-industriale nei secoli XII e XIII riportiamo un breve brano tratto dall’ intenso testo Gli Umiliati di L. Zanoni, al quale rinviamo per approfondimenti in merito all’interessante intreccio di temi e ambiti che emergono affrontando la realtà storica e sociale che caratterizzò l’ordine.
“La raggiunta prosperità delle case degli Umiliati è segnata dall’apparire del frate « mercator », sotto del quale si agita tutta la vita commerciale della casa (i). Vediamo come si svolga questa vita.
Il compito non ci potrebbe essere meglio alleggerito che dalla cronaca dell’ordine del 1421. Questa risulta di dodici fogli pergamenacei che recano sul recto e sul verso pitture commentate a piè della pagina con poche righe, tratte dalla cronaca di fra Giovanni di Brera del 1419. La copia del secolo XVII, che riproduce le pitture e il commento, ci fa supporre che alcuni fogli del primo esemplare siansi smarriti.
Abbiamo così fra l’uno e l’altro testo sei illustrazioni, che ci presentano gli Umiliati e le Umiliate nella loro attività manifattrice.
Queste illustrazioni e soprattutto i documenti rintracciati negli archivi (messe in vero poco rimunerativa di insistenti ricerche) ci permettono di assistere ai vari stadi della industria dei frati e delle suore.
Ci appare subito il primo momento della produzione, la compera della materia prima: lana sucida e boldroni, cioè pelli di pecora, da cui non è ancor stata tolta la lana. Nel 1268 frate Giovanni della casa degli Umiliati dell’Acquasola di Genova compera per lire 53 e soldi 19 della lana sucida, di cui non dice la quantità, certo per nascondere gli interessi pattuiti, trattandosi di un pagamento a respiro. Nel medesimo anno sono i frati che vendono a un fiorentino, Tauro di Firenze, dei boldroni già pesati nell’ ufficio del quaranteno. Sballata la lana e visitata dai taratori, che tenevano calcolo della umidità di cui si era imbevuta, deve anzitutto affidarsi ad operai sceglitori. Ogni vello di pecora infatti giungeva distinto dagli altri e in ciascuno la lana era più o meno fine a seconda delle parti del corpo dell’animale. Fatta la cernita e raggruppata la lana in vario modo, per riguardo della sua qualità, doveva essere lavata. Spesso giungeva « saltata », avendosi avuto cura di far passare le pecore in una corrente di acqua, mentre strofinavasi il vello; ma spesso anche « sucida ». La lavatura si compie per gradi: ultimo di questi è quello di porre la lana in appositi panieri nell’acqua fredda corrente di un fiume. E una prima necessità che ci spiega come la sede delle case degli Umiliati è spesso posta lungo corsi d’acqua. Lavata, dovevasi essiccare esponendo la lana, non ai raggi diretti del sole che avrebbero tolto la morbidezza al fiocco, bensì all’aria. Battuta da vergheggiatori che toglievano le parti eterogenee più grossolane, la lana passava ai divettatori, il cui ufficio precipuo era di aprire i fiocchi di lana grossa, toglici e le lappole, cavare fuscelli ; al quale scopo teneva dietro un’altra battitura fatta dagli scamatori. Operazioni tutte grossolane, faticose, per le quali gli Umiliati dovettero ben presto ricorrere a salariati. Le Costituzioni dell’ordine parlano di « laboratores commorantes ad feudum ».
Le cronache del 1419 e del 1421 parlano del lanificio, oltre che esercitato dai frati, fatto esercitare ai dedicati. Gli statuti ed una carta di Pisa nominano dei « laboratores » per conto degli Umiliati e dei pettinatori, che abitano nella vicinia, dove è posta la casa dei religiosi, che di giorno prestano il loro lavoro ai frati.”. [3]
L’avvicendarsi dei fatti che coinvolsero l’ordine, dal suo splendore al rapido e ineluttabile declino, già nella prima metà del XV sec., è stato collegato anche alle ingenti ricchezze raggiunte con le attività commerciali derivate dalla produzione della lana, affiancate ad una sempre più intensa vita mondana.
Le cause probabilmente sono legate anche alla natura stessa di questo movimento evangelico il quale, fin dagli inizi, rifiutò le modalità istituzionali, praticò l’autosostentamento attraverso il lavoro e non sviluppò una particolare linea teologica affidandosi forse ad una vocazione spirituale più pratica che teorica, la qual cosa provocò un conflitto molto acceso con il mondo clericale.
Questa divergenza si aggravò fino al drammatico epilogo che vide la cessazione del ramo maschile dell’ordine[4] da parte di Pio V nel 1571 in seguito ad una congiura finalizzata all’eliminazione dell’Arcivescovo Carlo Borromeo.
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[1] L. Dell’Asta, Documenti e antichi archivi degli Umiliati a Milano, Milano 2013, p. 460, nota 76 di cui riportiamo i riferimenti dettagliati ai codici: “… Tracce di questo lavoro sono, da una parte i numerosi manoscritti antichi con annotazioni dell’erudito (Ambr. A 20 sup., E . 78 sup., F 82 sup., T 89 sup., D 19 inf., D 58 inf., D 273 inf., H 267 inf., I 197 inf.; Braid. AF IX 11), dall’altra codici totalmente di sua mano (Ambr. 113 inf., D 87 inf., C 74 inf.). Entrambe le serie di codici potrebbero essere definite “puricelliane”. Su tale questione, e sul problema di quale sia stata la fonte di Tiraboschi quando egli si riferisce al suo “codice puricelliano”, si veda infra, nota 107. Per un elenco completo dei fascicoli con carte del Puricelli all’Ambrosiana si veda F. Argelati, Bibliotheca Scriptorum Mediolanensium, II, Mediolani 1745, 1135-42. Per i Breviari si veda anche: P. L. Mulas, Incunaboli miniati del Breviario all’uso degli Umiliati, Il codice miniato in Europa: libri per la chiesa, per la città, per la corte, Padova 2014, pp. 615-628.
[2] Cattaneo, op. cit. 1990, p. 61. Il passo viene citato anche da dal prof. G. G. Merlo nel “Profilo di storia degli Umiliati” – testo di una conferenza tenuta presso l’Abbazia a Viboldone pubblicato nel sito http://www.amicidiviboldone.it/la-storia – il quale indica l’edizione critica: R.B.C. Huygens, Lettres de Jacques de Vitry (1160/1170-1240), évêque de Saint-Jean-d’Acre, Leiden 1960, p. 72 ss.
[3] Zanoni, op. cit. 1911, p. 171; l’autore si riferisce ai preziosi codici Ambrosiani G. 301 inf. e G. 302 inf. Sull’argomento si veda: A. Salvioli Mariani, Architettura e spazio liturgico degli umiliati: a proposito di tre manoscritti dell’Ambrosiana, in “Arte Lombarda”, N.S. 161/162, 2011, 1/2, pp. 5-13. Per le pergamene che riguardano San Pietro in Gessate si veda il Codice diplomatico della Lombardia medievale al seguente link: https://www.lombardiabeniculturali.it/cdlm/edizioni/mi/gessate-spietro/
[4] L’ordine fu soppresso da Pio V, con bolla del 7 febbraio 1571.
Circa a metà del XIV sec., in una stima inventariale datata 1344, l’antico cenobio risulta abitato da 20 fratres e 3 sorores. Tra la seconda metà del Trecento e la prima metà del Quattrocento vi è una lenta ma costante decadenza, a ragion di ciò, nel 1356, i frati risultano essersi ridotti a dodici, e nel 1418 sopravvivono nelle mura monasteriali solamente due soli frati e il Prevosto Balzarino Medici da Novate, ricordato per i suoi “irreligiosis moribus”.[1]
Il declino prosegue, nella prima metà del XV secolo il movimento degli Umiliati attraversava una fase di crisi profonda, segnata da contrasti interni, perdita di coesione spirituale e tensioni crescenti con le autorità ecclesiastiche.
Nel 1433, constatandone le pessime condizioni e il profondo stato di trascuratezza e decadenza economica, Papa Eugenio IV, con un “Breve” datato 5 agosto 1433, sopprime la Prepositura umiliata dei SS. Pietro e Paolo in Gessate e istituisce in essa il Priorato della Congregazione Benedettina di Santa Giustina[2] nuovo modello di ritorno all’osservanza della Regola in un momento in cui era diffusa in generale una decadenza degli ordini religiosi.
“Il papa Eugenio IV (…) si diceva bene informato del grave decadimento spirituale di tale prepositura degli Umiliati, per colpa e negligenza dei quali ormai non vi era più alcuna osservanza della regola: il culto divino era trascurato, anche perché di solito vi risiedevano solo due frati. Al contrario egli considerava la lodevole fama dei monaci Benedettini e pertanto ordinava che prendessero possesso della casa. Non fu facile persuadere il prevosto Balzarino a lasciare il suo posto, soprattutto perché la Casa possedeva molti beni con ricche rendite denunciate pure dal papa”[3].
Ci vollero altre tre bolle papali per vincere le resistenze degli Umiliati, una nel 1435, in cui veniva riaffermato il possesso dei Benedettini e denunciato gravemente il Balzarino per il suo comportamento immorale e incontinente, la seconda nel 1436 dove venivano censiti nel dettaglio tutti in beni passati in possesso dei Benedettini e l’ultima esecutiva in cui si dava la facoltà di recuperare tutti i beni.
Nonostante nel Capitolo Generale degli Umiliati del 1436 venisse accettata la decisione papale anche se con delle richieste di compensi, il Balzarino continuò la sua battaglia creando seri problemi ai monaci Benedettini. Approfittando di un momento di instabilità politica dal quale si generò una situazione sociale molto caotica, arrivò infatti ad organizzare un attacco notturno al monastero, cacciando i monaci che vennero ospitati nelle case delle famiglie Lesca e Marliani con le quali erano in stretti rapporti. A quel punto insorsero gli abitanti di Porta Tosa, intervenne la Milizia e gli Umiliati furono cacciati definitivamente. L’intercessione di papa Nicolò V, e in seguito la solida e duratura protezione degli Sforza, garantirono ai Benedettini finalmente la pace. I monaci poterono cominciare i lavori di ricostruzione della chiesa e del monastero solo nel 1455 con l’avvio della ristrutturazione del dormitorio[4].
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[1] P. Puccinelli, Chronicon Insignis Abbatiae SS. Petri et Pauli de Glaxiate Mediolani, Milano 1655, pp. 3-4.
[2] Puccinelli, op cit. 1655, pp. 6-9. Va notato che la concessione di un cenobio a Milano è frutto di una precisa richiesta da parte della Congregazione (G. Maestrelli, Giovanni Donato Montorfano e la decorazione della cappella di Sant’Antonio abate in San Pietro in Gessate a Milano, tesi di laurea, rel. S. Buganza, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano a.a. 2019-2020, p. 7); nel Capitolo Generale del 1431 infatti si chiede a Ludovico Barbo, fondatore della Congregazione Benedettina “Cassinese”, di ottenere dalla Curia romana un luogo in cui instaurare un priorato benedettino (D. T. Leccisotti, Le colonie cassinesi in Capitanata, Montecassino 1938, p. 28).
[3] Attacco al monastero e intervento della milizia: episodio raccontato da Puccinelli, op. cit. 1655, e riportato da Cattaneo, op. cit. 1990, p. 61.
[4] Ivi, p.62.
XIII- XV sec.
La domus degli Umiliati SS. Pietro e Paolo “in Glaxiate”
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
S. Latuada, Descrizione di Milano, Milano 1737
U. Monneret de Villard, Le vetrate del Duomo di Milano, Milano 1917
V. Aldrighi, La chiesa di San Pietro in Gessate a Milano, tesi di laurea Università degli Studi di Milano, 1935-1936
D. T. Leccisotti, Le colonie cassinesi in Capitanata, Montecassino 1938
P. Mezzanotte, G.C. Bascapè, Milano nell’arte e nella storia, Milano 1948
F. Bossi, A. Brambilla, La chiesa di San Pietro in Gessate, Milano 1954
A. Frattini, Documenti per la committenza nella chiesa di S. Pietro in Gessate, in “Arte Lombarda”, vol. 65, 1983
A. Frattini, La Congregazione di S. Giustina in S. Pietro in Gessate di Milano: la cappella di S.Antonio abate, in “Arte Lombarda”, 1986, 1-2 (n. 76/77)
M.G. Balzarini, T. Monaco, Lombardia rinascimentale, Milano 2007
G. Guidarelli, La formazione di una cultura architettonica comune della congregazione di santa Giustina nel XV secolo: cantieri, normativa e soluzioni spaziali, in Dalla riforma di S. Giustina alla Congregazione Cassinese. Genesi, evoluzione e irradiazione di un modello monastico europeo (sec. XV-XVI), Atti del Convegno internazionale di studi per il VI centenario di fondazione della Congregazione “De unitate” (Padova, Abbazia di Santa Giustina, 18 – 21 settembre 2019), a cura di E. Furlan, F.G.B. Trolese, Cesena 2022.
XIII- XV sec.
La domus degli Umiliati SS. Pietro e Paolo “in Glaxiate”
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
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