La cappella Grifi custodisce uno dei cicli pittorici più significativi del Rinascimento lombardo: le Storie di Sant’Ambrogio realizzate dai trevigliesi Bernardino Butinone e Bernardo Zenale tra il 1493 e il 1495. Sulla parete destra, tra le varie scene della vita del Santo, si distingue una raffigurazione che colpisce per la forte adesione al reale: Ambrogio, nel ruolo di amministratore della giustizia, condanna un eretico, mentre un carceriere trattiene un reo legato che compare, nel registro superiore, bendato e appeso a una carrucola, sofferente e contratto, alla presenza di una scimmia, simbolo dell’eresia stessa, del vizio, dell’errore.
Le Storie proseguono sulla parete di fondo della cappella dove è raffigurata l’apparizione miracolosa di Sant’Ambrogio a cavallo, con lo staffile in mano per scacciare i nemici, durante la battaglia di Parabiago del 1339, evento caro ai milanesi che consentì la vittoria delle truppe di Azzone Visconti. Infine le scene della parete sinistra mostrano il Santo come ministro di pace, intento a predicare, compiere miracoli, difendere la Fede; immagini che restituiscono un ritratto di Ambrogio come modello di giustizia, fermezza dottrinale, responsabilità civica, esempio di equilibrio tra rigore e sapienza, che incarna un’idea di giustizia radicata nella fede ma che si proietta nello spazio pubblico e nella vita civile della città di Milano. Ed è preziosa la fonte iconografica che ci supporta nell’interpretazione di queste scene che oggi, purtroppo, sono difficilmente leggibili: si tratta della Vita Ambrosii, scritta nel 422 da Paolino di Milano, segretario personale del Vescovo.
Nella cappella Grifi l’iconografia va oltre la semplice narrazione: Sant’Ambrogio, Vescovo di Milano nel IV secolo, non è ritratto come un giudice terreno, ma come amministratore di giustizia, dotato di autorità morale e spirituale. La sua figura si colloca nella tradizione cristiana che vede il Vescovo non solo come guida pastorale, ma come custode dell’ordine comunitario e della Dottrina, chiamato a giudicare con saggezza e fermezza chi devia dalla legge sia temporale che spirituale. In questo contesto, la giustizia non si limita a punire l’errore: è un atto salvifico che intende correggere il reo sia per il bene della sua anima che per la collettività, riflettendo un’idea di equilibrio tra misericordia e rigore.
Questa iconografia quattrocentesca assume una valenza particolarmente significativa se pensata in un dialogo ideale con il Palazzo di Giustizia, che si impone, con la sua mole marmorea severa in Stile Novecento, proprio di fronte alla chiesa di San Pietro in Gessate, caratterizzata dalla delicata architettura solariana in laterizio rosso, preceduta da una tranquilla area alberata. Il Palazzo di Giustizia rappresenta la giustizia istituzionale moderna, fondata su leggi codificate, procedure formali e un sistema laico di garanzie e diritti. È la materializzazione della funzione pubblica dello Stato di diritto, dove la giustizia è amministrata da magistrature autonome nell’ambito di un ordinamento giuridico strutturato. Sono significative le frasi latine che ricordano i principi della giurisprudenza poste sull’imponente facciata: “La giurisprudenza è la scienza degli affari divini e umani, dei fatti giusti e ingiusti”, “Giustizia / I precetti del diritto sono questi: vivere onestamente / non ledere l’Altro, attribuire a ciascuno il suo”, “Siamo chiamati alla giustizia fin da quando siamo nati e sulla natura si fonda il diritto, non sull’opinione”.
Mettere in relazione le Storie della cappella Grifi e il Palazzo di Giustizia significa confrontare due visioni complementari della giustizia. Negli affreschi la giustizia è incarnata dalla figura del Vescovo, la cui autorità nasce da legittimazione spirituale e capacità morale; l’efficacia del giudizio è il risultato non tanto della neutralità delle procedure quanto della saggezza della persona che decide. Nel Palazzo di Giustizia, invece, la giustizia è impersonale per definizione: non dipende dalla virtù di singoli decisori, ma dall’applicazione uniforme di norme condivise.
Nonostante queste differenze, l’idea di giustizia resta sorprendentemente affine, a distanza di oltre cinquecento anni: in entrambi i casi è concepita come strumento di pace sociale e di ordine civile, volto non solo alla punizione ma anche alla tutela della comunità e alla costruzione di una convivenza equa. Mentre Ambrogio incarna una giustizia etica e comunitaria, il Palazzo di Giustizia rappresenta la sua trasformazione in istituzione laica e collettiva, testimoniando l’evoluzione di un valore che rimane al centro della vita pubblica milanese, tra fede, cultura e diritto.
Da oltre ottant’anni la chiesa di San Pietro in Gessate rappresenta per gli operatori di giustizia, che svolgono le proprie mansioni nel Palazzo di fronte, un luogo straordinario di quiete e di riflessione, pronta a elargire conforto spirituale; soffermarsi a scoprire i messaggi suggeriti dalle Storie esemplari di Sant’Ambrogio e riscontrarne l’attualità può essere utile anche a coloro che, per motivi diversi, frequentano quel luogo di giudizio ed hanno desiderio di placare l’anima.

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Bernardino Butinone (Treviglio, 1450 circa – notizie fino al 1510 circa) e Bernardo Zenale (Treviglio, 1463/1468 – Milano, 1526), Sant’Ambrogio impedisce a Teodosio di entrare in chiesa, dettaglio del ciclo pittorico Storie di Sant’Ambrogio, 1493-1495, Milano, Chiesa di San Pietro in Gessate, sesta cappella sinistra, di Sant’Ambrogio (cappella Grifi), parete sinistra (in alto a sinistra).

Fonte iconografica: Paolino da Milano, Vita Ambrosii, 422 ca.

24, 1. In quel medesimo tempo la città di Tessalonica arrecò non poca sofferenza al vescovo, com’egli apprese che era stata quasi distrutta. L’imperatore gli aveva infatti promesso di perdonare agli abitanti della città; ma dopo segreti accordi dei cortigiani con l’imperatore, all’insaputa del vescovo la popolazione fu abbandonata al massacro per più di due ore e moltissimi innocenti furono uccisi.
2. Quando il vescovo conobbe l’accaduto, negò all’imperatore la facoltà di entrare in chiesa; né lo giudicò degno dell’adunanza ecclesiale e della comunione dei sacramenti, prima ch’egli facesse pubblica penitenza. Di contro a lui l’imperatore argomentava che David aveva commesso un adulterio e insieme un omicidio. Ma gli fu subito risposto: « Tu che l’hai seguito nell’errore, seguilo nella emendazione».
3. Quando il clementissimo imperatore
udì ciò, lo accolse con tale animo, da non repugnare dalla pubblica penitenza: e l’effetto di questa emendazione gli procurò una seconda vittoria.

Testo tratto da:  Vita di Cipriano, Vita di Ambrogio, Vita di Agostino, a cura di A.A.R. Bastiaensen, Milano 2012, p. 85.

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Bernardino Butinone (Treviglio, 1450 circa – notizie fino al 1510 circa) e Bernardo Zenale (Treviglio, 1463/1468 – Milano, 1526), Sant’Ambrogio impedisce a Teodosio di entrare in chiesa, dettaglio del ciclo pittorico Storie di Sant’Ambrogio, 1493-1495, Milano, Chiesa di San Pietro in Gessate, sesta cappella sinistra, di Sant’Ambrogio (cappella Grifi), parete sinistra (in alto a sinistra).

Fonte iconografica: Paolino da Milano, Vita Ambrosii, 422 ca.

24, 1. In quel medesimo tempo la città di Tessalonica arrecò non poca sofferenza al vescovo, com’egli apprese che era stata quasi distrutta. L’imperatore gli aveva infatti promesso di perdonare agli abitanti della città; ma dopo segreti accordi dei cortigiani con l’imperatore, all’insaputa del vescovo la popolazione fu abbandonata al massacro per più di due ore e moltissimi innocenti furono uccisi.
2. Quando il vescovo conobbe l’accaduto, negò all’imperatore la facoltà di entrare in chiesa; né lo giudicò degno dell’adunanza ecclesiale e della comunione dei sacramenti, prima ch’egli facesse pubblica penitenza. Di contro a lui l’imperatore argomentava che David aveva commesso un adulterio e insieme un omicidio. Ma gli fu subito risposto: « Tu che l’hai seguito nell’errore, seguilo nella emendazione».
3. Quando il clementissimo imperatore
udì ciò, lo accolse con tale animo, da non repugnare dalla pubblica penitenza: e l’effetto di questa emendazione gli procurò una seconda vittoria.

Testo tratto da:  Vita di Cipriano, Vita di Ambrogio, Vita di Agostino, a cura di A.A.R. Bastiaensen, Milano 2012, p. 85.

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