La Congregazione benedettina di Santa Giustina

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Profilo del periodo

XIII-XV sec.

La spiritualitù benedettina riferimento per la società del tempo

XV/XVI secolo. La Congregazione Benedettina di Santa Giustina e il rinnovamento del monastero.

Il passaggio di consegne tra le due congregazioni non ebbe tempistiche veloci; tra il 1433 e il 1437 infatti vi sarà un ripetuto invio di missive dai torni molto accesi tra l’ormai decaduto Prevosto Balzarino Medici e Papa Eugenio IV[1].

Questa sorta di stallo andrà avanti ancora per una decina d’anni; sarà solo con il nuovo Papa Nicolò V, che si arriverà a questo effettivo “cambio della guardia” nel monastero. Con una Bolla datata 14 febbraio 1447[2] riuscì infatti a convincere gli Umiliati ad andarsene dal convento, consentendo così l’ingresso ai monaci Benedettini della Congregazione di Santa Giustina.

Dopo un breve periodo di ambientamento da parte dei benedettini, dal 1455, sotto il priorato di Nicola[3], iniziò un periodo molto felice per il monastero, fatto di rinnovamenti e ampliamenti grazie anche all’interessamento della corte ducale nelle figure dei duchi Filippo Maria e Francesco Sforza[4]; tra il 1456 e il 1458, grazie ai loro aiuti, si fabbricarono infatti le nuove celle del dormitorio e i chiostri (“viridarium versus cum Propylaeo”[5]).

Nei tre anni successivi, sotto il priorato di Giustino da Montefeltro, i banchieri fiorentini Accerito e Pigello Portinari, esponenti del Banco Mediceo a Milano, fecero costruire la Cappella Maggiore, il coro ligneo, il Capitolo e la sacrestia arredata di armadi per i paramenti sacri[6].

Il completamento strutturale della chiesa benedettina, il cui progetto è attribuito a Guiniforte Solari, sembra avvenire intorno agli anni Settenta del Quattrocento[7], come ci dimostrano due documenti: il primo di questi è una ricevuta che tiene conto di alcune vendite di vetri colorati da parte della Fabbrica del Duomo di Milano per la realizzazione delle vetrate del nostro monastero[8], il secondo è una Bolla papale datata 4 febbraio 1476 (“Anno Incarnationi Dominicae 1475, pridie nonas Februarii”), nel quale risultano sostanzialmente completate la chiesa e la cappella di Sant’Agostino (la prima a sinistra entrando)[9].

Ad inizio Cinquecento vi furono altri lavori di ampliamento e rinnovamento strutturale. Il consigliere ducale Francesco Visconti, nel suo testamento datato 20 ottobre 1500[10], lasciò 200 ducati perché venisse ampliata la Cappella Maggiore portinariana fino alla strada che stava dietro la chiesa e per spostare il coro, che fino a quel momento stava nel corpo della chiesa, all’interno della stessa Cappella Maggiore[11].

Con tutta questa serie di lavori di ristrutturazione e ampliamento, oltre che per tutta la campagna decorativa che in questi anni si sta mettendo in opera, il monastero di San Pietro in Gessate diventa, nel giro di poco, una realtà religiosa tra le più importanti di Milano; a conferma di questo è il fatto che all’interno delle cappella della chiesa, trovano sepoltura esponenti di spicco della corte ducale del tempo e ciò, nel corso degli anni, ha fatto pensare all’esistenza di particolari legami tra i monaci di San Pietro in Gessate e la corte ducale[12]. Culmine di questa ascesa sia strutturale che gerarchico- spirituale è il fatto che nel 1493, su istanza del duca Giovan Galeazzo Maria Sforza[13], Papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, eleva la chiesa di San Pietro in Gessate al titolo di Abbazia[14].

[1] Quest’ultimo arriverà a minacciarlo di scomunica. Le missive papali sono tutte riportare da D. T. LECISOTTI (1939).

[2] D. T. LECISOTTI 1939, pp. 74-79

[3] P. PUCCINELLI 1655, p. 101. “Ceonobij Prior undecimus”.

[4] Il primo concesse tutte le esenzioni fiscali affinché ai Benedettini non mancasse la possibilità di fare tutto il necessario per rinnovare il monastero (P. PUCCINELLI 1655, p. 52; G. MAESTRELLI 2019/2020, p. 7), il secondo concesse ai monaci la licenza di acquistare beni immobili per rinnovare e ampliare il cenobio (P. PUCCINELLI 1655, p. 103-105; G. MAESTRELLI 2019/2020, p. 7). Da notare come la linea generale dell’ordine dei Benedettini fosse quella del risparmio; ove possibile ristrutturare al posto che ampliare (A. FRATTINI 1983, p. 27; D. T. LECISOTTI 1939, p. 139).

[5] P. PUCCINELLI 1655, p. 320.

[6] P. PUCCINELLI 1655, p. 106.

[7] G. MAESTRELLI 2019/2020, p. 9.

[8] U. MONNERET DE VILLARD 1917, pp. 117-119. Nei cantieri religiosi le vetrate erano infatti tra gli ultimi elementi ad essere installati.

[9] P. PUCCINELLI 1655, pp. 129-131

[10] ASMi, Triv. OM, Fondo Monastero, 40/1, n. 3 (riportato da A. FRATTINI 1983, p. 45).

[11] G. MAESTRELLI 2019/2020, pp. 9-10. La somma inizialmente, con l’approvazione del vescovo di Pavia, verrà destinata al rinnovamento delle celle e del refettorio (P. PUCCINELLI 1655, pp. 197-199.

[12]  A. FRATTINI 1983, p. 27. Secondo L. PATETTA (1987, p. 145), il monastero divenne anche “patronato” dei duchi, non si hanno però notizie più certe a riguardo.

[13] S. LATUADA 1737, I, p. 244.

[14] Per la Bolla papale si veda P. PUCCINELLI 1655, pp. 164-166. In questa vicenda non è difficile vedere un ruolo da intermediario da parte di Ascanio Sforza, fratello del duca e cardinale di Santa Roma Ecclesia, invischiato nelle profonde trame della corte papale che hanno portato poi all’elezione al soglio pontificio del Borgia.

L’ avvicendarsi dei fatti che coinvolsero l’ordine, dal suo splendore al rapido e ineluttabile declino, già nella prima metà del XV sec., sono stati spesso collegati anche alle ingenti ricchezze raggiunte con le attività commerciali derivate dalla commercializzazione della lana, affiancate ad una sempre più intensa vita mondana.

Le cause, in realtà, sono probabilmente legate alla natura stessa di questo movimento evangelico il quale, fin dagli inizi rifiutò le modalità istituzionali, praticò l’autosostentamento attraverso il lavoro e non sviluppò una particolare linea teologica affidandosi forse ad una vocazione spirituale più pratica che teorica, la qual cosa provocò un conflitto molto acceso con il mondo clericale.

Questa divergenza si aggravò fino al drammatico epilogo che vide la cessazione del ramo maschile dell’ordine[1] da parte di Pio V nel 1569 in seguito ad una congiura finalizzata all’eliminazione dell’Arcivescovo Carlo Borromeo.

La storia della domus de Glaxiate testimonia come la crisi dell’ordine e la sua conseguente disgregazione portò alla bolla di papa Eugenio IV del 1433 che impose l’esproprio dei beni e il passaggio del monastero alla Congregazione benedettina di Santa Giustina, nuovo modello di ritorno all’osservanza  della Regola in un momento in cui era diffusa in generale una decadenza degli ordini religiosi.

“Il papa Eugenio IV (…) si diceva bene informato del grave decadimento spirituale di tale prepositura degli umiliati, per colpa e negligenza dei quali ormai non vi era più alcuna osservanza della regola: il culto divino era trascurato, anche perché di solito vi risiedevano solo due frati. Al contrario egli considerava la lodevole fama del monaci benedettini e pertanto ordinava che ‘rendessero possesso della casa. Non fu facile persuadere il prevosto Balzarino a lasciare il suo posto, soprattutto perché la Casa possedeva molti beni con ricche rendite denunciate pure dal papa”[2].

Ci vollero altre tre bolle papali per vincere le resistenze degli Umiliati, una nel 1435, in cui veniva riaffermato il possesso dei benedettini e denunciato gravemente il Balzarino per il suo comportamento immorale e incontinente, la seconda nel 1436 dove venivano censiti nel dettaglio tutti in beni passati in possesso dei Benedettini e l’ultima esecutiva in cui dava la facoltà di recuperare tutti i beni. Nonostante nel Capitolo Generale degli Umiliati del 1436 venisse accettata la decisione papale anche se con delle richieste di compensi, il Balzarino continuò la sua battaglia creando seri problemi ai monaci benedettini. Approfittando di un momento di instabilità politica dal quale si generà una situazione sociale molto caotica, arrivò infatti ad organizzare un attacco notturno al monastero, cacciando i monaci che vennero ospitati nelle case delle famiglie Lesca e Marliani con le quali erano in stretti rapporti. A quel punto insorsero gli abitanti di Porta Tosa, intervenne la Milizia e gli Umiliati furono cacciati definitivamente. L’intercessione di papa Nicolò V, e in seguito la solida e duratura protezione degli Sforza, garantirono ai benedettini finalmente la pace. I monaci poterono cominciare i lavori di ricostruzione della chiesa e del monastero solo nel 1455 con l’avvio della ristrutturazione del dormitorio.

 

 

 

[1] L’ordine fu soppresso da Pio V, con bolla del 7 febbraio 1571

[2] Cattaneo, cit., p. 61

Gli Umiliati ebbero la caratteristica di presentarsi come una collettività molto eterogenea, senza nomi di spicco e santi, in cui donne, uomini, laici e religiosi vivevano insieme in castità nel fervore della loro fede intraprendendo, nell’immediatezza quotidiana, una nuova via evangelica comunitaria fatta di preghiera, lavoro e carità.

Ecco come l’importante predicatore e teologo Giacomo de Vitry, in viaggio a Milano nel 1216 ne traccia un vivace profilo nel passo riportato da E.Cattaneo :

“Sono uomini e donne – scrive – che, dopo aver abbandonato tutto per amore di Cristo, si raccolgono nelle loro case, vivono del lavoro delle proprie mani, odono spesso la parola del Signore e la predicano essi stessi, perfetti nella loro fede, efficaci nelle loro opere. Questa congregazione religiosa è tanto cresciuta, ce nel solo Vescovado di Milano hanno fondato 150 case di uomini e donne, separati gli uni dalle altre, senza contare quelli che sono rimasti presso le loro famiglie” [1].

Il lavoro, la produzione e la commercializzazione della lana, oltre a garantire un’autonomia economica all’ordine, ne permise una rapida crescita e diffusione. A  questo proposito è importante notare che, dal punto di vista geografico, le domus si concentrarono solo nel nord e centro Italia come risulta dalle fonti, e in particolare da un catalogo del 1298 pubblicato nell’approfondito testo monografico del 1997  dal titolo Sulle tracce degli Umiliati[2]

In questa mappatura dell’ubicazione delle domus nel momento di maggiore fioritura dell’ordine, si inserisce anche il problema della identificazione delle case, in quanto spesso i nomi non coincidono con i luoghi in cui si trovavano a causa dei frequenti trasferimenti delle comunità anche in seguito all’urbanizzazione.

La domus “de Glaxiate” di Milano pare proprio uno di questi casi irrisolti.

[1]E. Cattaneo cit., 1990, p. 61. Il passo viene citato anche da dal prof. G. G. Merlo nel “Profilo di storia degli Umiliati” –  testo di una conferenza tenuta presso l’ Abbazia a Viboldone pubblicato nel sito http://www.amicidiviboldone.it/la-storia – il quale indica l’edizione critica: R.B.C. Huygens, Lettres de Jacques de Vitry (1160/1170-1240), évêque de Saint-Jean-d’Acre. Edition critique, Leiden 1960, p. 72 ss.

[2]Sulle tracce degli umiliati, a cura di Maria Pia Alberzoni, Annamaria Ambrosioni, Alfredo Lucioni, Vita e Pensiero, Pubblicazioni dell’Università Cattolica del Sacro Cuore , Milano 1997, nota 121. Per quanto riguarda nello specifico la domus de Glaxiate nella nota si rimanda al precedente studio Alberzoni 1988

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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APPROFONDIMENTI

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